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Potrebbe essere il Vietnam. O l’Angola. Ma non ha importanza. Non c’è spazio, né tempo, per il ricordo o la coscienza. Solo la vaghezza, l’imprecisione, abita questi uomini, e li muove, li cavalca come dei posseduti, sotto il peso delle armi e dello sfinimento. È l’incertezza della catena di eventi e decisioni — o di scelte non fatte — che li ha portati fino a questo punto, tanto che nulla sembra più appartenere a nessuno di loro, neanche un particolare della pelle coperta di fango, neanche un dettaglio della memoria. Nomi, volti e momenti — madri, fidanzate, figli, amanti; la prima saliva d’una donna, il suo odore; la maschera di sangue di una faccia sconosciuta, straniera e nemica; il fieno bagnato a sette anni; il rosario tra le mani composte del padre, nella bara; l’immagine di un ritorno a casa, o un abbraccio —: tutto si mescola e si confonde, ogni cosa abbandona se stessa, in un dormiveglia con lo sguardo fisso in avanti che ripete meccanicamente passi lenti e pesanti. Si trascina, la vaghezza, in questa processione di larve, colonna di fantasmi colore dell’ombra che altre ombre, indistinte, perseguitano.
Mentre
avanzavano nell’oscurità della giungla tropicale, un suono
lontanissimo riecheggiò dall’orizzonte incendiato.
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